Deep-ressione

(riflessioni al termine di un workshop di Process Work su depressione e dipendenza)

io sono sola nella mia malattia (che sia raffreddore o depressione, per il Process Work non c’è molta differenza): una parte di me la crea, ed io ho la responsabilità della guarigione.

allo stesso modo se l’altr* decide di nascere, trasformarsi o morire, io non posso farmene ne’ una colpa ne’ un merito. detto questo, insieme possiamo creare qualcosa, un processo di guarigione profonda. questi tre giorni sono stati per me un importante esempio di consapevolezza in questa direzione.

la condivisione dell’esperienza personale è di per sé guarigione: sentire nell’altro una parte di me, condividere l’emozione che sta dietro una storia, unisce, e guarisce. perlomeno quel* bambin* che ha bisogno di essere visto e ascoltato.

poi, nel processo di gruppo, avviene qualcos’altro, qualcosa di magico che ogni volta mi lascia con un senso di pienezza e gratitudine. quel corpo, quell’entità che siamo noi, soffre degli stessi sintomi dei singoli. la depressione è un sintomo sociale. e trovo che la metodologia di lavoro di gruppo orientata al processo, sviluppata da Mindell, sia uno strumento di grande consapevolezza, sia che si parli di depressione quanto di questioni raziali.

al termine del seminario abbiamo affrontato una questione ‘filosofica’: cosa fare con quelle parti di me che mi creano sofferenza e autodistruzione? le ‘uccido’, sgretolo, composto e le trasformo in qualcosa di nuovo? o le accetto, le integro come parti che se reprimo rischiano di tornare sotto altra veste? il gruppo si è fortemente polarizzato, ed ognun* ha preso posto nel campo, entrando nel ruolo che sentiva più affine alla sua esperienza in quel preciso momento della sua vita.

la discussione si è accesa in un potente climax emozionale: quando i ruoli più estremisti hanno espresso la loro voce, la facilitatrice, Ana Rhodes, ha suggerito uno scambio di ruoli. questo movimento ha permesso la comprensione della differenza ed ha portato la discussione ad un piano più profondo, alla fine della quale ognun* ha potuto scegliere la propria posizione nel campo polarizzato con maggior consapevolezza.

l’atmosfera, a conclusione del processo, era di grande accettazione e integrazione: ho sentito la temporaneità di ogni ruolo, la bellezza dell’equilibrio raggiunto attraverso il conflitto, e la temporaneità di quell’equilibrio stesso.

grazie Ana per aver condotto il gruppo attraverso un piccolo ‘suicidio congruente’,

grazie a tutt* coloro che hanno creato quel sistema, meraviglioso ologramma della società in cui vivo.

grazie a me, per il coraggio e la passione. :-)

(nel tempo in cui ho scritto quest’articolo, mi sono strafogata una barretta di cioccolato, tanto per non dimenticarmi di cos’è per me la depressione…)

edge

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perché un blog? (la comunità è dentro. e il conflitto è il mezzo più potente per evolvere.)

quindi, melania, hai deciso di scrivere un blog, eh?

tu, una devotissima della china blu, la schiappa della tecnologia…

e di che vorresti parlare?

beh, l’unica cosa di cui credo di poter parlare, che sono io…

wow, che temone, l’ennesima ‘briochina’ per il tuo ego…

beh, nel senso della mia esperienza, di ciò che per me è importante, dei miei sogni…

dici che sto chiedendo ai miei ipotetici lettori, più o meno involontariamente, di farmi da analista??

vabè, l’idea è comunque di scrivere delle mie esperienze negli ecovillaggi, nelle comunità intenzionali, dei progetti che sto portando avanti legati alla facilitazione dei gruppi…

mi chiedo a chi può interessare un tale blog.

(e riecco il demone dell’autosvalutazione…)

ma no, dai, buttati! alla fine l’efficacia è l’unica riprova di tutte ‘ste paranoie!

in effetti col tempo che uso per i miei dialoghi interiori tra le mie subpersonalità, potrei scrivere vari trattati di fisica quantistica.

ma non puoi neanche rimanere solo sulla superficie delle cose.

stai studiando abbastanza ‘sta deep democracy?

sto vivendo.

quindi un blog sulla deep democracy.

già.

su come gli strumenti di facilitazione possano aiutare le comunità intenzionali.

sì.

e sulla tua personale e diretta esperienza con i gruppi.

ecco.

mah…