Memorie dell’Intensivo

‘Non è bello osservare come Arny CREDE  che ogni voce sia necessaria?’

‘No, Arny SA che ogni voce è necessaria’

(dialogo durante il PWIntensive)

a poche settimane dal mio rientro in Italia dall’Intensivo di Process Work a Portland, mi arrivano alcune composizioni di immagini fatte da Yago, uno de* partecipant*. e immediatamente mi ritrovo nuovamente in Oregon, sotto quel cielo così mutevole, immersa nella diversità di quel magnifico gruppo che tanto mi ha supportata.

trenta persone provenienti da tutto il globo (ed altrettant* insegnati e facilitatrici), differenti generi, età, colori di pelle, culture, religioni, orientamenti sessuali, estrazioni sociali. ognun* col suo rango e la sua storia, con i suoi sogni e la sua legna da bruciare…

ognun* con il/la su* critic* interiore, con le ferite, con un luogo dove tornare, con un passato da guardare.

abbiamo urlato, pianto, disegnato, riso fino alle lacrime, processato fino allo sfinimento (delle insegnanti, noi avremmo fatto processi di gruppo anche di notte!), modellato la creta, danzato per ore, celebrato, mangiato di tutto, e ci siamo addormentat*, sfidat*, infamat*, amat*, accusat*, più o meno segretamente desiderat*, più o meno congruentemente confrontat*.

cosa ci ha unit* in queste cinque settimane? la voglia di ri-evoluzione, di mettersi in gioco fino alla fine, quel desiderio di togliersi qualche strato di maschere, per andare più in profondità, per conoscere meglio noi stess*, e quindi il mondo.

un passetto oltre, ogni volta, fuori dalla linea della zona di comfort, sempre più nud*, ogni giorno scoprendo le differenze, quindi più simili.

abbiamo costruito una comunità. ballando con il Tao…

grazie a tutt*

Process Work Intensive 2014 Desktop198 PWI Nooshin

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mappe di facilitazione

ecco il bellissimo articolo di partenza del sito www.facilitazione.net, uscito nel primo giorno di primavera! grazie a tutt* coloro che si stanno impegnando nella diffusione di strumenti per la facilitazione e la comunicazione!

21 marzo 2034

Il tempo del lupo solitario è finito. Radunatevi.

Sono passati 20 anni da quando ci dicevamo queste parole, e ora sì, davvero possiamo dire che è finito il tempo del lupo solitario.

Abbiamo visto cambiare così tante cose in questi vent’anni, che quasi ci sembra incredibile che sia iniziato tutto dal lancio del sito facilitazione.net, il primo giorno di primavera del 2014.

Il cambiamento più evidente è che ora in ogni città e paese d’Italia esiste una rete di facilitatori e facilitatrici che supporta la vita della comunità e sostiene le istituzioni locali nel loro lavoro: da qualche anno, molti Comuni usano ormai quotidianamente il metodo del consenso, e quelli che ancora non lo hanno adottato si stanno formando sui vari metodi di facilitazione. Insomma, a 20 anni dalla nascita del sito facilitazione.net, il meccanismo del voto e della democrazia rappresentativa sta diventando obsoleto, rimpiazzato da nuovi processi decisionali collaborativi, anche grazie al fatto che le persone hanno imparato a usare la legge dei due piedi in maniera propositiva, con libertà e responsabilità.

I gruppi, di qualunque tipo, dalle associazioni, alle aziende, alle scuole, hanno imparato tecniche di facilitazione e comunicazione che hanno reso molto più efficace il loro lavoro, riuscendo a portare alla luce il loro potenziale. La piacevole conseguenza è che ora abbiamo tantissimo tempo libero, che usiamo per sostenere persone e paesi in difficoltà.

Ma l’efficacia da sola sarebbe ben poca cosa, se in questi anni non avessimo anche iniziato a vivere sempre meglio.

Abbiamo imparato a prenderci cura gli uni degli altri. Adesso, dopo le riunioni, è normale fermarsi a cenare insieme, e poi a chiacchierare e cantare attorno a un fuoco, oppure a farsi massaggi rilassanti a vicenda. Emblematico è quello che è successo l’altra sera alla riunione di un GAS: quando un chiacchierone ha interrotto come al solito, le persone, invece di sbuffare, lo hanno aiutato a capire di cosa avesse bisogno in quel momento (una boccata d’aria e qualche minuto di pausa fanno miracoli!).

Abbiamo capito quanto sia importante ascoltare tutti, per dare vita ad azioni frutto della creatività collettiva e sostenute da ogni membro del gruppo. Finalmente tutti sono inclusi.

Abbiamo imparato a utilizzare la nostra energia all’unisono, dimostrando concretamente quanto gli esseri umani siano interdipendenti: sempre più persone sono consapevoli che il proprio benessere dipende dal benessere della comunità.

Insomma, ora quando ci incontriamo per lavorare su qualunque progetto, succede una cosa strana: le persone escono più felici e gioiose di quando sono entrate.

E nella vita quotidiana? Anche qui, ripensando a com’era la nostra vita 20 anni fa, è stupefacente rendersi conto che le persone ora si ascoltano e comunicano realmente in maniera empatica, senza giudicare l’altro, ma cercando di comprendere i suoi bisogni. Genitori e figli hanno imparato a comunicare in maniera non violenta, e anche se questo non elimina certo i litigi familiari, ha contribuito a creare un clima di enorme fiducia e a tenere aperto un canale comunicativo anche nelle fasi più delicate della crescita dei ragazzi.

C’è un diffuso senso di fiducia e apertura verso l’altro. Non abbiamo più paura degli stranieri e di chi ci appare diverso, perché abbiamo imparato a far convivere le differenze pacificamente, e ad apprezzare la creatività, resilienza e adattabilità che esse ci portano. Ci sentiamo sostenuti e supportati sul luogo di lavoro, in famiglia e nei gruppi cui apparteniamo, e se abbiamo un  problema non abbiamo più paura o vergogna a chiedere aiuto.

Nessuno si sente più solo a meno che non cerchi la propria solitudine.

Il tempo del lupo solitario è davvero finito.

Dopo aver ripercorso la storia di questi 20 anni indimenticabili, potreste essere curiosi di sapere chi sono le persone che hanno dato inizio a tutto questo, e di capire di più quali sono l’etica, i principi e la missione del sito. Per iniziare, potete trovare maggiori informazioni sulla facilitazione, la sua storia e le attitudini necessarie. Poi potete approfondire le varie metodologie, che sono classificate in ordine alfabetico e in base al loro utilizzo. Per una mappa italiana di facilitatori, facilitatrici, associazioni e scuole di facilitazione potete cliccare qui. I corsi e gli eventi relativi al mondo della facilitazione sono raccolti in un calendario, mentre in altre risorse trovate libri,siti e video su vari argomenti. Mandateci i vostri suggerimenti!

mappa_facilitazione

UNA QUESTIONE DI RANGO

Da che ne abbiamo memoria, le guerre squarciano le esistenze di milioni di persone nel mondo. Sono una costante della nostra storia, che alimenta un circolo di sofferenza e morte al quale sembra che nessuno riesca a porre rimedio. Spesso ci domandiamo di chi sia la colpa: la politica? Gli interessi delle multinazionali? Il petrolio? A chi dobbiamo dare la responsabilità dei conflitti armati, che non siamo in grado di dirimere una volta per tutte?

Nel farci queste domande, non facciamo altro che porre la guerra lontano da noi, dal nostro quotidiano, e indirettamente proclamiamo la nostra impotenza di fronte ad essa. Ma la guerra non è solo quella che si combatte nelle trincee dei fronti. Ce n’è un altro tipo, più subdolo e silenzioso, che alimenta le nostre vite di odio, infelicità e angoscia. Si manifesta nella tensione che caratterizza i nostri rapporti quotidiani con gli altri, siano essi estranei o meno, ed è direttamente collegata alle guerre che si combattono con i missili, con i carri armati e le bombe. Se ci fermassimo un attimo a guardarci e osservarci, noteremmo che siamo tutti indistintamente percorsi da senti- menti di ostilità, come rabbia, nervosismo e impazienza, che sono diventati il tratto distintivo delle relazioni in famiglia, negli ambienti di lavoro, persino con noi stessi. Allora viene da domandarsi: come possiamo pretendere di porre fine alle guerre nel mondo se non siamo consapevoli di quelle a noi più prossime, che combattiamo giornalmente contro le persone a noi vicine?

I macro e microconflitti che caratterizzano le nostre società sono profondamente interconnessi, e pensare di risolverne uno senza prendere in considerazione gli altri, difficilmente porta a soluzioni a lungo termine. L’approccio del worldwork e della deep democracy di Arnold Mindell, docente e terapeuta americano, fondatore della process oriented psychology, si basa proprio sull’idea che i problemi non si possono affrontare in modo lineare, uno alla volta, poiché vanno analizzati e affrontati tutti contemporaneamen- te, nella loro globalità.

È importante comprendere che guerra e abuso sono due termini strettamente connessi, che si accordano come le due facce di una stessa medaglia. Quante volte ci siamo senti- ti impotenti in un ufficio pubblico, o abbiamo dovuto tacere le nostre idee per essere accettati da un gruppo. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato cosa si pro- va nell’essere scherniti dai compagni di classe o dagli insegnanti a scuola.

Secondo Mindell, l’abuso, a tutti i livelli, dal rapporto di coppia alla dimensione più sociale, nasce spesso laddove, in presenza di una disparità di rango, questa non viene riconosciuta. Ma cos’è il rango?

Mindell definisce il rango come quel potere, conscio o inconscio, che determina molti dei nostri comportamenti comunicativi, in base alla consapevolezza che ne abbiamo.

Tutti possediamo qualche tipo di rango. Anzi, possiamo averne diversi contemporaneamente, e più ne abbiamo, meno siamo consapevoli degli effetti negativi che questi esercitano sugli altri e, allo stesso tempo, più è difficile riconoscere il valore di chi ha un rango più basso. Per fare un esempio, pensiamo a quello che accade nelle strutture gerarchiche, in particolare nel mondo degli affari. Chi sta in alto, come i dirigenti, difficilmente comprende le ragioni di chi occupa i gradini più bassi della piramide, dimenticando il proprio potere e accusando i propri sotto- posti di tutti i problemi societari.

Esistono diversi tipi di rango, in parte ereditari, in parte costruiti sulla base delle proprie esperienze. Ad esempio, il mio rango sociale si costruisce su elementi di origine fisica e su elementi ereditati dalla famiglia (sono una donna, bianca, di origine cattolica, occidentale, eterosessuale, fisicamente sana) e questo mi conferisce un certo status all’in- terno della società in cui vivo. È più difficile per me trovare un posto di lavoro rispetto a un uomo, ma è più facile rispetto a una donna proveniente da un paese extraeuropeo.

Il rango subisce delle trasformazioni, non è qualcosa di dato e fisso, può accrescersi o perdere di importanza in base alle scelte di vita che facciamo: l’essere laureata eleva la mia posizione, così come il vivere in un ecovillaggio (specialmente tra i lettori di questa rivista! Il rango è anche contestuale…), ma il fatto di non essere sposata e non avere figli fa sì che il mio rango sia più basso rispetto a una donna della mia età già madre. Dunque, il rango si modifica ed evolve nel tempo perché dipende da molti fattori: in un dato momento sono una giornalista e ho il potere di mandare un messaggio a lettori più o meno consapevoli, in un altro vengo manipolata dalla pubblicità occulta di Facebook; oggi sono una giovane imprenditrice rampante all’apice della carriera con dieci dipendenti, domani mi nasce un figlio e mi trovo ad essere economicamente dipendente dal mio compagno.

Oltre al rango sociale, esiste poi quello psicologico, che ha origine dalla mia storia, dall’educazione ricevuta, dal fatto che sono «sopravvissuta» a certi abusi, agli incontri, alla sofferenza: sono le caratteristiche di reazione che si sviluppano dalle ferite primarie. Infine, c’è un potere che nasce dalla fede: è il rango spirituale, qualcosa di profondo, un’aura energetica invisibile e potentissima. Questo tipo di rango è inalienabile, poiché indipendente dal contesto e dagli altri tipi di rango.

«Oggi io, domani te»: questo è l’assunto fondamentale della deep democracy. Riconoscere il proprio rango e quello altrui non significa rimanere prigionieri della propria storia, ma comprendere i meccanismi psicologici che ci condizionano e, soprattutto, accogliere i diversi ruoli perché tutti noi, prima o poi, sperimentiamo l’esser vittime e l’esser carnefici, l’essere lupi e agnelli, vegetariani e carnivori, in cima e in fondo alla scala. In questa o nella prossima vita…

Ognuno ha un rango differente, perché diverse sono le nostre storie: la difficoltà (e la potenzialità di questo strumento) sta nel riconoscere il proprio e quello altrui, per costruire un mondo migliore. È soltanto sperimentando in prima persona i diversi ruoli che si può accedere a un grado di consapevolezza più alto, che permette di non giudicare, di andare oltre, di poter «vedere» sia la vittima che l’oppressore.

Da quando ho conosciuto la teoria di Mindell mi approccio con una consapevolezza diversa alle relazioni: siamo talmente abituati a utilizzare il nostro potere, opprimendo chi sta sotto e servendo chi sta sopra di noi, che non ci accorgiamo neanche più degli abusi che ne scaturiscono.

Il primo passo è quello di iniziare a riconoscere il proprio rango e potere, comprendere come i nostri scontri quotidiani nascano da una differenza di rango, ascoltare le voci inespresse del nostro inconscio, la rabbia e la paura. Ogni volta che ci troviamo in una situazione di conflitto, affrontiamolo, proviamo a pensare alle nostre reciproche posizioni, a cosa ci muove la persona che ci sta di fronte: «stiamo nel fuoco», ascoltiamone l’energia, esploriamone l’origine, riconosciamo i ruoli.

Per vivere insieme e costruire un sistema alternativo a quello basato sull’abuso e sulla violenza, è importante riconoscere da dove queste nascono, e riuscire a comprendere la rabbia che ne deriva. La consapevolezza del rango, da parte di entrambi gli interlocutori, può aiutare a ridurre notevolmente i microconflitti a livello dei rapporti di coppia, nei gruppi di lavoro, nella famiglia e, non ultimo, anche a livello globale.

Allora, il mio obiettivo è di trovare una comunicazione che non sia tanto «politically correct», ma che sia l’espressione della mia verità: è più costruttivo urlare il proprio dolore, che non nasconderlo sotto mentite spoglie di gentilezza, è più sano giudicare ed esprimere la propria intolleranza piuttosto che accettare passivamente quello che accade intorno a noi.

In questo modo, esprimendoci liberamente, senza paura della reazione dell’altro, capiremo che qualunque scontro si può trasformare in un incontro. Andando oltre le parole e le emozioni che queste possono provocare, arriveremo a un punto in cui sentiremo che non c’è alcuna differenza tra «me» e «te», e potremo comunicare da quella parte profonda di noi, che alcuni chiamano cuore, altri anima.

Non bisogna dimenticare, poi, che collegati al concetto di abuso sono quelli di paura e rabbia. Si tratta di energie che, se compresse, rischiano di esplodere quando meno ce lo aspettiamo. In questo caso, l’obiettivo è imparare ad accettarle come sentimenti vitali che tutti sperimentiamo quotidianamente, e a utilizzarle come strumenti per la crescita e l’evoluzione. Possiamo scegliere di bloccarci su equilibrati principi, conformarci a comode regole di buona convivenza, arroccarci solitariamente sulla cima della montagna dell’ego; oppure possiamo scendere a valle, incontrare l’altro, guardarlo come se ci stessimo specchiando.

Attraverso la relazione conosciamo noi stessi, entriamo in contatto con le nostre ferite, abbiamo la possibilità di crescere, di guarire, di evolverci. Alla base della teoria di Min- dell c’è il concetto di «coscienza collettiva». Le sue riflessioni si concentrano su un obiettivo finale: l’evoluzione della specie umana. Per cui, nella sua interpretazione, ogni volta che affrontiamo un conflitto nella vita di tutti i giorni, guariamo una relazione. Guarendo le nostre relazioni, possiamo liberare il mondo intero dalla guerra. Per usare le parole di Mindell:

«Quando i problemi bussano alla nostra porta, c’è la possibilità di un nuovo tipo di comunità.

La nuova comunità non si basa soltanto dalla conoscenza reciproca, ma sulla decisione di entrare nell’ignoto, nei problemi: in quel fuoco, che è il prezzo della libertà».

Articolo scritto da me, uscito su AAM Terranuova, maggio 2013

worldworkprocesso di gruppo durante un incontro di WorldWork

THE GUEST HOUSE – LA CASA DEGLI OSPITI

This being human is the guest house.
Every morning a new arrival.
A joy, a depression, a meanness,
a momentary awareness comes
as an unexpected visitor.
Welcome and entertain them all!!
Even if they’re a crowd of sorrows
who violently sweep your house
empty of its furniture.
Still, treat each guest honorably.
He may be clearing you out
for some new delight.

The dark thought, the shame, the malice.
Meet them at the door laughing
and invite them in.
Be grateful for whoever comes
because each guest has been sent
as a guide from beyond.
Rumi

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Questo essere umano è come una casa per gli ospiti.
Ogni mattino un nuovo arrivo.
Una gioia, una tristezza, una cattiveria,
una momentanea consapevolezza arriva come un ospite inatteso.
Accoglili, ed intrattienili tutti!!
Anche se sono una folla di dolori
che violentemente spazza via
dalla tua casa ogni mobilio.
Onora ogni ospite, comunque.
Forse sta facendo spazio per prepararti
a qualche nuova gioia.

Il pensiero oscuro, la vergogna, la malizia.
Incontrali sulla porta col sorriso
ed invitali a entrare.
Sii grato a chiunque arrivi
perchè ciascun ospite ti è stato mandato
come guida dall’al di là.
Rumi

guest house

ARNOLD MINDELL, UN ELDER

‘la leader cerca di creare una maggioranza; l’anzian* è dalla parte di tutt*.

il leader vede un problema e cerca di risolverlo; l’anzian* vede in chi ha creato il problema un* possibile maestr*.

la leader cerca di essere la migliore in ciò che fa; l’anzian* cerca di far diventare anzian* anche gli/le altr*.

il leader sa; l’anzian* impara.’

Arnold Mindell, ‘Essere nel fuoco’

‘WOOF!’

questa è una delle parole più usate da Arnold Mindell. un modo divertente per attirare l’attenzione? un verso universalmente riconoscibile? un omaggio alla Natura animale dell’essere umano?

lui risponde così a molte delle domande che gli vengono poste, ma non significa sì, neanche no. è piuttosto qualcosa del genere ‘ci sono, sono qui, ti ascolto con tutt* me stess*, e in quello che dici c’è una grande verità’.

è per me un grande privilegio e onore aver conosciuto Arny a Portland. rimarrà impressa nella mia memoria la giocosità con la quale affronta ogni argomento, la leggerezza con cui passa, saltellando nel bel mezzo di un processo di gruppo, da un ruolo all’altro, quel sorriso di chi ha vissuto sulla sua pelle l’esser vittima e oppressore, e sa che sono due facce della stessa medaglia, e che ogni stato è temporaneo.

ho visto in lui un elder, un anziano, che ascolta ogni voce, perché sa che ogni voce è necessaria.

che abbraccia il suo rango con pienezza e umiltà.

che sa sedersi nel fuoco del conflitto, ballare con il Tao, e scherzarci come potrebbero fare amici di vecchia data che si incontrano al bar.

che onora chi non è presente e ringrazia chi lo è.

che crede nel valore della comunità come portatrice di pace.

che espande ogni istante un po’ di più la sua consapevolezza, per abbracciare ciò che è scomodo, allargando i limiti della propria ‘comfort zone’, per accogliere l’altr*, la diversità, e accoglierl* come parte dell’Universo, di cui tutt* facciamo parte, e scoprire quindi che l’altr* è parte di sé.

e mentre scrivo questo, penso che Arny è parte di me, e che parte di quella eldership è già nel mio campo :-) grazie.

arny-woof Arnold Mindell ed il regalo ricevuto durante l’intensivo a Portland: ‘what part of WOOF don’t you understand?’ ‘che parte di WOOF non capisci?’.