* (blog gender-free)

qualche sera fa mio cugino Marco, che vive in Finlandia, stava raccontando, durante un incontro di famiglia, delle usanze di galanteria nordiche: offrire la cena o un drink ad una donna, così come tenerle aperta la porta, possono essere considerati atti profondamente offensivi, da parte della donna stessa. ‘pensi forse che non possa farlo da sola? o stai cercando di sedurmi mostrandomi il tuo potere economico e la tua forza virile??’

oltre all’aver notato un po’ di resistenze nella parte maschile della famiglia ad accogliere il concetto, la conversazione mi ha dato modo di constatare come per una parte della cultura occidentale-cattolica il femminile sia considerato ancora ‘debole’.

così debole che nella lingua italiana basta un solo elemento maschile, in un gruppo, per far sì che grammaticalmente si utilizzi la coniugazione maschile.

per questo ho scelto di usare l’asterisco in questo blog, per le generalizzazioni, perché non ho più voglia di usare il maschile, nel plurale. non lo trovo profondamente democratico.

quindi, mi* car* lettrice/tore, questo asterisco, questa stellina, mi ricorda ogni volta la bellezza della diversità, perché il mio concetto di pluralità, di comunità, trascende il genere, comprende il femminile e il maschile, l’omosessuale e l’indecis*, l’asessuat* e l’omofob*.

gender free

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complessità e semplicità

un paio d’ore di coincidenza a Roma: troppo tempo per star seduta ad un caffè, troppo poco per un giro lontano dalla stazione… quale miglior occasione di respirare un po’ di Santa Maria degli Angeli??

e mentre camminavo sotto quelle volte a crociera, ricordandomi delle gite universitarie di storia dell’architettura, mi ha colpito la forza straordinaria di quel luogo. in particolare come l’antica struttura romana (la chiesa nasce sulle spoglie delle terme di Diocleziano) sia stata esaltata dall’intervento di Michelangelo.

la semplicità degli spazi, la grandezza e la pulizia delle volte, incorniciati da un manierismo denso e sensuale.

e allora pensavo alla magia della diversità, del contrasto. di come elementi così differenti tra loro possano dare origine a tanta bellezza.

ed è proprio in quella linea di confine, quel limite che è come un abbraccio, che io vedo il potere del cambiamento. l’umiltà dello stare insieme. il rispetto. il reciproco sostegno. l’amore.

complessità e semplicità

complessità e semplicità

Storie di Comunità (I) – l’accendino

LA STORIA DELL’ACCENDINO ROSSO

(ovvero perchè le cose vanno come vanno)

(secondo me…)

 

c’era una volta una comunità, e all’interno della comunità c’era una cucina.

dentro la cucina c’erano tante cose utili e meno utili… pentole e mestoli di ogni sorta, stracci, coperchi e scolapasta.

poi c’era un accendino rosso, che serviva ad accendere la fiamma pilota.

quell’accendino era molto importante per la cuoca Gelsomina, perché gli permetteva di cucinare per tutta la comunità: di coltelli ce n’erano tanti, ma di accendini ce n’era uno soltanto.

un giorno passò dalla cucina Piero, con una gran voglia di fumare una sigaretta, ma… non aveva l’accendino! il bisogno era impellente, l’accendino rosso a portata di mano e… il gioco presto fatto!

inutile dire che Piero si dimenticò di rimettere l’accendino rosso al suo posto…

quando Gelsomina arrivò in cucina, non trovando l’accendino, si arrabbiò moltissimo! ma poiché aveva poco tempo non si mise troppo a discutere, ne comprò un altro e lo legò con un cordino.

ma anche l’accendino col cordino ebbe vita breve, e Gelsomina ne prese un terzo, che inchiodò.

e quello dopo lo incollò.

e il successivo lo murò.

alla fine decise di legarsi un nuovo accendino al collo. ci andava a dormire anche di notte…

la stessa cosa successe anche per l’accendino del tempio: Giuliano, il responsabile del tempio, anche lui decise di legarsi al collo l’accendino… e così via, finché tutt* non ebbero il proprio accendino attaccato al collo. la stessa cosa accadde, in quella strana comunità, per il martello, per le penne, per le usb, per i telefoni fissi, per le pentole e… perfino per la carta igienica!

tutt* andavano in giro portando addosso tutto quello che poteva occorrergli: immaginatevi quante ripetizioni e quanti sprechi! nessun* si parlava più, tutt* gelosissimi dei propri strumenti di lavoro e di quotidiano uso, appesantit* dal carico e irritat* da come le cose erano degenerate… ognun* pensava al proprio beneficio, appena qualcun* lasciava qualcosa da qualche parte o perdeva uno dei suoi oggetti, qualcun’altr* se lo accaparrava e se lo metteva al collo o alla cintura.

crebbe la paura, e di conseguenza la sfiducia, l’egoismo e la noncuranza di tutto ciò che non era appeso al proprio corpo.

sarebbero potute le cose andare diversamente?

forse sì, se Piero avesse avuto la consapevolezza che quell’accendino non era di Gelsomina, ma di tutta la comunità.

 

nb: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti è puramente casuale.

Scelgo

io scelgo in che modo comunicare. se sussurro, se ascolto, se urlo, se piango, se mi nascondo, se aggredisco, più o meno consciamente, lo scelgo.
io scelgo la comunità dove costruire, lo zaino per viaggiare e i compagni di viaggio.
io scelgo la famiglia dove nascere, le esperienze di cui nutrirmi, le malattie da curare, il momento di andare.
scelgo anche quando non scelgo.
e non delego la responsabilità di ciò che sento, né di ciò che faccio. nessun Dio firma il libretto delle giustificazioni.
io scelgo la pace, e scelgo la guerra, e le infinite sfumature tra gli estremi.
scelgo, perché in qualche modo ne ho un vantaggio.
sempre.

scelgo

Pazienza

sono rari i fulmini a ciel sereno.
la guerra ci mette molto tempo a crescere, innescarsi, e poi esplodere. e in un attimo, poi, può distruggere tutto.

allora penso che per evitare la guerra ci vuole pazienza.
pazienza nell’ascoltare sé e nel vedere l’altr*, nel sentire che siamo entramb* polvere di stelle.
pazienza nel far emergere i fantasmi, le paure, le emozioni, i ricordi.
pazienza per quella voce che da troppo tempo non parla, e si è dimenticata come si fa.
pazienza nell’affrontare i silenzi, le urla, le assenze.
pazienza, perché ognun* si ricordi il motivo per cui è qui.
pazienza per costruire comunità che non evitano i conflitti, e costruiscono la pace.

pazienza

me-l

‘and you’ll never meet anyone

as everything as i am sometimes…’

alanis morissette

dispotica dittatrice e saggia anziana,

testarda idealista e infaticabile lavoratrice,

amante passionale e fredda speculatrice,

ingenua sognatrice e astuta manipolatrice…

combatto ogni istante con una cinica razionalità e tendo ad uno spiritualismo mistico.

se mostro fragilità, è la mia prima arma d’attacco.

vivo costantemente nel conflitto tra le mie parti,

in un ciclico alternarsi di equilibrio e perdizione.

il sole era nel segno della bilancia quando sono nata,

la luna in acquario,

chirone in gemelli.

mi innamoro, progetto e costruisco pazientemente intorno a ciò che amo.

in un momento poi posso bruciare tutto.

sogno, costantemente, notte e giorno: sogno modi per salvare il mondo.

sono don chisciotte, sancho panza, i mulini a vento e il vento.

io sono il mondo.

etichette, giudizi, ruoli.

io sono tutto questo e tutt’altro.

e non esisto.

bocca

viaggio

in questo periodo della mia vita viaggio.

certo, sono sempre in viaggio, ho scelto il cambiamento come filosofia di vita.

ma in questo periodo viaggio anche fuori, mi definisco senza fissa dimora, cittadina del mondo. qualche settimana nel lazio, poi in liguria, poi in puglia, sempre passando, tra una tappa e l’altra, dalla toscana, e sognando l’estero, la scozia, il brasile.

è strano, eccitante a tratti, sconfortante alcune sere, l’idea di aver così poche certezze, pochi programmi sicuri. la mia parte razional/cattolica/conservatrice si lamenta che a trent’anni dovrei essere sposata, con 3 figli ed un lavoro sicuro in qualche ufficio pubblico. e invece a chi mi chiede che lavoro faccio non so neanche cosa rispondere di preciso!

poi penso a tutti i vantaggi di questo mio ruolo: ho l’occasione di vivere l’impermanenza, di sentirla sulle lenzuola sempre diverse, nei profumi delle stagioni che si alternano in tanti posti diversi, nel sapore di un bacio che non sai se e quando riavrai.

ascolto storie di olivi secolari, passo da un lavoro all’altro con flessibilità ed eleganza, imparo a fare zaini sempre più leggeri ed essenziali, ballo con sconosciuti e ne accetto le caramelle.

per oggi, solo per oggi, la mia casa è dov’è il mio spazzolino da denti.

per oggi sto nel ruolo dell’errabonda ricercatrice di sé.

viaggio

(nota benissimo: ogni ruolo permette la crescita e l’evoluzione solo se temporaneo)